04/12/2017

Cinquant’anni fa il primo trapianto di cuore sull’uomo al mondo

Il 3 dicembre 1967 a Città del Capo, in Sudafrica, fu compiuto il primo trapianto di cuore umano.

L’intervento fu realizzata dal chirurgo Christiaan Barnard, destinato a diventare uno dei medici più famosi al mondo.

Louis Washkansky, 54 anni, diabetico con il cuore malandato dopo tre infarti, ricevette l’organo di una ragazza di 24 anni, Denise Darvall, vittima di un incidente stradale giunta nella stessa ckinica di Whashkansky in coma e dichiarata cerebralmente morta.
Ci vollero dieci ore per convincere i genitori a donare l’organo.

L’intervento ne richiese quasi altrettante. L’equipe medica era composta da una trentina di persone.

L’impatto del trapianto fu enorme: nel 1968 furono eseguiti più di sessanta trapianti in tutto il mondo, tanto che tra le altre cose quell’anno fu nominato “l’anno dei trapianti”.

Washkansky morì 18 giorni dopo il trapianto, per una complicazione a livello polmonare (polmonite), così come altre persone all’inizio.

Dopo l’entusiasmo iniziale degli anni Settanta, in realtà ci furono pochi trapianti. L’attività cominciò ad aumentare con il migliorare della tecnica chirurgica e, soprattutto, con la scoperta di nuovi agenti immunosoppressore tra cui la ciclosporina (un peptide naturale estratto dai funghi Trichoderma polysporum e Cyclindrocarpon lucidum) che, grazie alle sue proprietà immunosoppressive, cambierà definitivamente la storia dei trapianti.

Barnard diventa una star e ruba la scena all’Americano Norman Shumway, che aveva messo a punto la tecnica chirurgica ancora oggi valida.

Nell’ambiente, infatti, erano tutti convinti che il primo a cimentarsi nell’intervento sarebbe stato proprio Norman Shumway che alla Stanford University di Palo Alto, in California, aveva passato anni a esercitarsi sui cani per poter essere in grado di effettuare il trapianto cardiaco perfetto. Era lui il chirurgo più pronto, ma era frenato da limiti etici e dalle ristrettezze normative americane.

Per la buona riuscita di un trapianto di cuore, infatti, l’organo da utilizzare doveva essere prelevato ancora battente, ovvero per le conoscenze di allora da una persona tecnicamente viva.

Difatti, a quei tempi per decretare la morte di una persona si faceva riferimento al cuore: si era ufficialmente deceduti quando questo cessava di battere.

Con il primo trapianto del cuore, questa concezione cambiò radicalmente, venne introdotto il concetto di “coma depassé” cioè una condizione al di là del coma e si mise in conto che in assenza di attività cerebrale, una persona può essere morta anche se il suo cuore continua a battere per via artificiale.

I medici si trovarono così alle prese con una serie di casi mai visti prima. Alcuni individui colpiti da gravi lesioni cerebrali, una volta sottoposti a ventilazione meccanica, invece di morire o riprendersi restavano in uno stato di completa incoscienza: non avevano segni di attività nervosa, non rispondevano a stimoli esterni, non respiravano da soli, si trovavano cioè in quella condizione che oggi conosciamo come “morte cerebrale”.

Ma era evidente che si poneva un dilemma: che fare di queste persone, il cui cuore continuava a battere? La maggior parte dei medici riteneva che per loro non vi fosse possibilità di ripresa, essendo il cervello completamente danneggiato. Ma tutto era ancora incerto e la decisione di “staccare la spina” restava a discrezione dei medici.

Fu grazie a quell’atto di “tracotanza” di Barnard che la comunità medica si decise ad adottare criteri comuni per la definizione di “morte cerebrale”.

Nel 1968, un comitato di esperti dell’Università di Harvard pubblicò su Jama il rapporto sulla definizione del coma irreversibile, poi diventato la base di tutte le legislazioni nazionali, in cui si stabiliva quando è lecito interrompere la rianimazione perché il paziente è clinicamente morto.

Nel rapporto veniva definita la “sindrome della morte cerebrale”: il soggetto non dà segni di recettività, non presenta alcun movimento, non respira spontaneamente, non conserva riflessi e l’elettroencefalogramma è piatto. Criteri che si mantengono quasi invariati ancora oggi.

Grazie a tutto ciò, oggi si effettuano oltre 6mila trapianti di cuore l’anno in tutto il mondo con una sopravvivenza media dei pazienti trapiantati che supera i dieci anni.

Risultati impensabili solo 50 anni fa.

 

Fonti: Focus

Avvenire

 

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