07/09/2018

Uno strumento a beneficio dei pazienti con insufficienza epatica da HCV

El-Sherif O1 Jiang ZG, Tapper EB, Curry MP, et al. Baseline factors associated with improvements in decompensated cirrhosis after direct-acting antiviral therapy for Hepatitis C virus infection. Gastroenterology 2018;154(8):2111-2121.e8.

Circa 3,5 milioni di persone negli Stati Uniti sono affetti epatite cronica da HCV e, secondo i Centers for Disease Control and Prevention, il virus è la causa più comune di cirrosi e cancro epatico oltre che la principale indicazione al trapianto di fegato.

Mentre gli agenti anti-virali (DAA) recentemente sviluppati hanno dimostrato di essere un’opzione di trattamento altamente efficace per molti pazienti con HCV quelli con cirrosi epatica scompensata o insufficienza epatica non sperimentano alcun miglioramento della funzionalità epatica neanche dopo l’eradicazione dell’HCV.

Ora i ricercatori del Beth Israel Deaconess Medical Center (BIDMC) di Boston hanno sviluppato un nuovo sistema per predire il miglioramento della funzionalità epatica in risposta al trattamento con agenti antivirali ad azione diretta (DAA).

L’articolo, pubblicato sulle pagine di Gastroenterology, riporta i risultati di un’analisi retrospettiva di quattro studi clinici randomizzati, riguardanti 502 pazienti in classe B di Child e 120 pazienti in classe C), incentrati sugli effetti delle terapie con agenti antivirali ad azione diretta nei pazienti con insufficienza epatica associata ad HCV.

In questi studi ai pazienti erano state somministrate 12 o 24 settimane di trattamento con ledipasvir, sofosbuvir e ribavirina o velpatasvir, sofosbuvir e/o ribavirina o 48 settimane di trattamento con sofosbuvir e ribavirina.

I ricercatori hanno dunque raccolto i dati demografici, clinici e di laboratorio per valutare le risposte al trattamento e testato le loro associazioni con i risultati dei pazienti a 36 settimane.

L’outcome primario era rappresentato da fattori associati alla riduzione del punteggio Child-Pugh-Turcotte (CPT) alla classe A.

Secondo quanto riferiscono nell’articolo, la presenza di ascite o encefalopatia, il livello sierico di albumina (<3,5 g/dl) o di alanina aminotransferasi (<60 U/L) e l’indice di massa corporea (> 25 kg /m2), erano associati ad un aumentato rischio di non ottenere una riduzione alla A di Child, indipendente dalla risposta virale sostenuta alla terapia.

Inoltre, il livello sierico di albumina (<2,8 g/dl) e il livello anormale di bilirubina, erano associati a un significativo aumentato rischio di morte o di trapianto di fegato.

Dall’analisi retrospettiva di questi dati gli autori hanno dunque sviluppato un nuovo sistema di punteggio online, chiamato punteggio BE3A, che valuta 5 fattori di base (indice di massa corporea, encefalopatia, ascite, livelli sierici di alanina aminotransferasi e albumina), in grado di quantificare i potenziali benefici della terapia con questi nuovi farmaci, soprattutto nei pazienti con cirrosi scompensata.

Secondo gli autori il sistema fornisce ai medici uno strumento semplice e attendibile che può essere utilizzato come elemento decisionale condiviso, quantificando i potenziali benefici della terapia DAA per i pazienti con cirrosi scompensata.

 

N.B. Le news sono un riassunto fedele dell’articolo originale e non riflettono la posizione ufficiale del CNT

 

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