21/10/2016

Tre criteri oggettivi identificano rapidamente i pazienti in arresto cardiaco irreversibile

Jabre P, Bougouin W, Dumas F, Jouven X, et al. Early identification of patients with Out-of-Hospital cardiac arrest with no chance of survival and consideration for organ donation. Ann Intern Med 2016; 13:1-9.

La posizione di Kevin G. Munjal

Per identificare rapidamente i pazienti in arresto cardiaco avvenuto fuori dall’ospedale (OHCA) che non hanno alcuna possibilità di sopravvivere e che possono quindi essere presi in considerazione per la donazione degli organi sono sufficienti tre semplici criteri oggettivi.

Lo affermano i ricercatori dell’Ospedale Europeo Georges Pompidou (Parigi), in un articolo pubblicato recentemente sugli Annals of Internal Medicine.

“Ci sono molti arresti cardiaci ogni anno (circa 300.000 nei soli Stati Uniti)”, spiega Xavier Jouven, dell’Ospedale Europeo Georges Pompidou; “in questi casi la cosa più importante è stabilire criteri oggettivi per identificare i pazienti con nessuna possibilità di sopravvivenza durante i primi minuti di rianimazione cardiopolmonare”.

Per fare questo lo studio ha valutato retrospettivamente i dati di due registri contenenti i decessi per arresto cardiaco avvenuti fuori dall’ospedale (1771 pazienti) e una corte di convalida di 5192 soggetti.

Secondo quanto è stato osservato dai ricercatori, i soggetti che:

– non hanno potuto ricevere prontamente assistenza dal personale medico di emergenza,

– non hanno un ritmo cardiaco iniziale trattabile (defibrillabile),

– presentano un mancato ritorno alla circolazione spontanea prima del ricevimento di una terza  dose di 1 mg di epinefrina;

hanno una possibilità di sopravvivenza pari  a zero, ma possono essere avviati alla donazione degli organi.

Il dato è stato confermato anche da una trial clinico di convalida del Paris Sudden Death Expertise Center, secondo il quale il tasso di sopravvivenza tra i pazienti che presentavano tali criteri (772 casi) era dello 0% con una specificità del 100% e un valore predittivo del 100%, con 95 casi (12%) eleggibili alla donazione di organi

“La possibilità di recuperare gli organi da una determinata percentuale di questi soggetti rappresenta un’importante opportunità per colmare il gap con il numero di pazienti in lista di attesa”.

Tuttavia, nei pazienti con arresto cardiaco extraospedaliero (OHCA), i requisiti di assistenza possono entrare in conflitto con l’opportunità di concentrare gli sforzi verso il possibile percorso della donazione.

Infatti, ai medici è sempre richiesto di eseguire la rianimazione cardiopolmonare e di prendere in considerazione tutte le tecnologie disponibili per salvare la vita di una persona in OHCA. Generalmente il fallimento di tali manovre fa ritenere inutile il trasporto in ospedale di questi soggetti facendo così cadere anche la possibilità di una donazione di organi.

“La carenza di organi è una questione importante e purtroppo in crescita, con migliaia di pazienti che muoiono ogni anno in lista di attesa“, commenta Jouven. “Simmetricamente, il numero di potenziali reni utilizzabili è enorme considerando l’alta incidenza di arresti cardiaci: i nostri risultati possono rappresentare una grande speranza in termini di opportunità di cura per questi pazienti”.

“È chiaro che la rianimazione debba essere sempre orientata alla sopravvivenza del paziente e che la donazione incontrollata dopo la morte cardiaca (UDCD) possa essere presa in considerazione solo dopo che il raggiungimento di questo obiettivo primario non è più fattibile”, sottolinea ancora Jouven.

Tuttavia, secondo i ricercatori, questi tre criteri oggettivi consentono l’identificazione precoce dei soggetti in OHCA senza alcuna possibilità di sopravvivenza per i quali, dunque, la rianimazione è inutile ai fini della salvezza del paziente, ma fondamentale per indirizzare il soggetto alla possibile donazione e, per questo, possono aiutare sin da subito il processo decisionale sulla donazione degli organi.

L’obiettivo finale dello studio è un invito a essere più efficienti nella donazione di organi  quando non ci sia alcuna speranza di sopravvivenza dopo l’arresto cardiaco.

Ma c’è chi non concorda con il pensiero di Jouven. È il caso di Kevin G. Munjal, medico di medicina d’urgenza presso il Mount Sinai Medical Center di New York City, che in un’intervista rilasciata a Reuters Health  sostiene che: “Lo studio di Jouven non risponde a pieno agli interrogativi di ordine etico che hanno sinora impedito la diffusione dell’UDCD negli Stati Uniti: il nostro costrutto attuale richiede che le attività di preservazione non possano essere avviate prima che la morte sia stata determinata e la determinazione della morte non può essere fatta fino a quando tutte le risorse disponibili non siano state esaurite”.

Il dibattito è, quindi,  ancora aperto.

 

N.B. Le news sono un riassunto fedele dell’articolo originale e non riflettono la posizione ufficiale del CNT

1 Commento:


  • By sergio vesconi 28 Ott 2016

    lavoro importante, ricorda la necessità che i sanitari dei mezzi di soccorso extraospedaliero tengano sempre presente la possibilità della donazione; fornisce strumenti per una precoce individuazione delle futilità dei trattamenti rianimatori, evitando l’inutile prosecuzione in sede; siamo peraltro dell’idea che difficilmente di fronte a un soggetto con caratteristiche tali da qualificarlo come potenziale donatore, per età, assenza di gravi patologie, arresto testimoniato ecc, i sanitari decidano di sospendere CPR sul posto senza trasporto in ospedale, primariamente a scopo rianimatorio.
    Le osservazioni sul piano etico del commento non hanno giustificazione nella nostra realtà, dato che tutto viene fatto per il recupero del paziente e le eventuali misure di preservazione degli organi sono iniziate solo dopo l’accertamento della morte.

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