12/04/2018

Trapianto sottocutaneo di insule, sogno dei diabetologi e dei loro pazienti

Bertuzzi F, De Carlis LG. Subcutaneous islet allotransplantation without immunosuppression therapy: the dream of the diabetologists and of their patients. Transplantation 2018;102(3):351-352.

Il primo trapianto di isole pancreatiche in pazienti affetti da diabete mellito di tipo 1 è  stato realizzato negli anni ’89-’90.

Da questi primi casi sono seguiti più di 1000 trapianti di isole con un tasso di successo progressivamente aumentato.

Tuttavia, dopo più di 25 anni, questo approccio rimane disponibile solo per alcuni pazienti selezionati e non per la maggior parte di essi.

Il motivo risiede in tre principali problemi:

–    scarsa disponibilità di isole;

–    scarsa funzionalità dell’innesto a lungo termine;

–    necessità di terapia immunosoppressiva.

Molte soluzioni e molte strategie sono state proposte negli anni, ma il collo di bottiglia per la maggior parte di queste sembra essere legato alla scelta del fegato come sede dell’impianto.

Il fegato, infatti, anche se rappresenta ancora oggi il sito standard per il trapianto di cellule pancreatiche, e l’unico sito associato a un possibile trapianto di successo, presenta alcuni limiti legati allo scarso attecchimento degli isolotti, all’impossibilità di adottare strategie immunomodulatorie o di immunoprotezione locali, e al cronico esaurimento delle isole.

Né è praticabile il trapianto di cellule beta ottenute da cellule staminali perché queste cellule non possono essere fisicamente isolate dal fegato e non possono essere recuperate, a meno che non abbiano effetti indesiderati.

Recentemente sono iniziati diversi studi clinici volti a individuare altri possibili siti di trapianto, come la via intramuscolare, il midollo osseo e l’omento, con risultati iniziali promettenti solo per quest’ultimo (Baidal DA, et al. Bioengineering of an intraabdominal endocrine pancreas. N Engl J Med. 2017).

Ma lo spazio sottocutaneo sembrerebbe il sito più interessante, principalmente per il facile accesso, la facile visualizzazione dell’innesto, l’attuazione di strategie immunosoppressive/immunomodulatorie locali e il trapianto di grandi volumi di tessuto (Sakata N, et al. Strategy for clinical setting in intramuscular and subcutaneous islet transplantation. Diabetes Metab Res Rev 2014).

Inoltre, nel tessuto sottocutaneo, le cellule trapiantate possono essere fisicamente isolate con strategie di ingegneria tissutale e recuperate, se necessario.

Tuttavia, la vascolarizzazione e l’ossigenazione locale sono risultate inferiori al previsto per l’attecchimento delle isole, specialmente nel primo periodo dopo il trapianto.

Ciononostante, sembra essere la strada giusta per nuovi approcci e nuove strategie.

Recentemente, in un modello di ratto diabetico è stato dimostrato che le isole allogeniche trapiantate in un sito sottocutaneo prevascolarizzato con fattore di crescita agarosio-fibroblasto-2 ed eparina, possono ripristinare la normoglicemia per un lungo periodo e senza terapia immunosoppressiva (Luan NM, et al. Long-term allogeneic islet graft survival in prevascularized subcutaneous sites without immunosuppressive treatment. Am J Transplant. 2014).

Nella stessa direzione ha riferito un altro studio (Kuwabara R, et al. Long-term functioning of allogeneic islets in subcutaneous tissue pretreated with a novel cyclic peptide without immunosuppressive medication. Transplantation. 2018), con cui si conferma la possibilità di raggiungere la normoglicemia mediante un allotrapianto sottocutaneo in un modello di topo senza immunosoppressione usando una diversa molecola, ossia, agarosio contenente l’oligopeptide ciclico SEK-1005.

L’approccio avrebbe indotto una vascolarizzazione locale e portato alla formazione di tessuto granulomatoso contenente cellule T-regolatorie in grado di sopprimere le reazioni immunitarie.

Anche se letteratura ha ampiamente dimostrato che la maggior parte delle strategie per il trapianto di isole di successo nei topi ha dato risultati deludenti quando i protocolli sono stati applicato agli esseri umani, l’evidenza che gli stessi risultati possono essere raggiunti da due approcci simili con due diverse molecole, è sicuramente intrigante e promettente per il futuro.

La combinazione tra la semplicità di questi approcci e la possibilità di evitare la terapia immunosoppressiva, rappresenta un motivo valido per pianificare una sperimentazione clinica a partire da questi ultimi risultati.

Insomma, l’idea che una procedura chirurgica minimamente invasiva in anestesia locale possa ripristinare la normoglicemia nei pazienti affetti da diabete mellito di tipo 1 senza terapia immunosoppressiva, rappresenta un grande progresso nel campo del trapianto di isole e il vero sogno dei diabetologi e dei loro pazienti.


N.B. Le news sono un riassunto fedele dell’articolo originale e non riflettono la posizione ufficiale del CNT

 

 

 

 

 

 

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