02/02/2016

Rigetto, quando l’allarme viene dall’interno

Una nuova struttura cellulare, responsabile di rigetti precedentemente inspiegabili, è stata recentemente identificata dai ricercatori del Centre Research Hospital dell’Università di Montreal (CRCHUM) .

La scoperta potrebbe un giorno rivoluzionare la pratica del trapianto, modificando la valutazione del rischio di rigetto in soggetti che hanno ricevuto un trapianto di organi solidi.

“Abbiamo scoperto il meccanismo che rende i pazienti reattivi contro i componenti dei loro stessi vasi sanguigni anche prima di ricevere un trapianto d’organo e abbiamo identificato un farmaco in grado di prevenire questo tipo di rigetto”.

È quanto afferma il dottor Marie-Josée Hébert, ricercatore presso l’CRCHUM in un articolo pubblicato su Science Translational Medicine.

Il fenomeno del rigetto è di solito causato da una reazione del sistema immunitario del ricevente nei confronti del trapianto, che considera estraneo, attraverso gli Antigeni Leucocitari Umani, presenti sulla superficie di tutte le cellule, che sono una sorta di identificatore unico per ogni persona.

Nel trapianto si cerca di evitare o di limitare il fenomeno, attraverso la compatibilità del gruppo sanguigno e degli antigeni HLA tra donatore e ricevente.

Nonostante tali precauzioni un trapianto su dieci è soggetto ugualmente alla reazione di rigetto.

Per risolvere questo mistero i ricercatori si sono concentrati sui vasi sanguigni, una componente importante nel trapianto.

Quando i vasi sanguigni sono danneggiati il rigetto è più difficile da trattare. “Abbiamo scoperto che i vasi sanguigni danneggiati rilasciano bit specifici di cellule, cioè piccole vescicole di membrana che mettono il sistema immunitario in allerta. In queste situazioni il sistema immunitario attacca immediatamente l’organo estraneo”, evidenzia Melanie Dieudé, primo autore dello studio.

Le piccole vescicole derivano da cellule morte e producono autoanticorpi.

“In questi casi il sistema immunitario oltre che reagire contro l’organo estraneo, reagisce sorprendentemente anche contro i componenti delle nostre stesse cellule e il rigetto non è più una fisiologica reazione contro un corpo estraneo, ma è anche una reazione contro gli elementi che appartengono a noi stessi”.

Ma i ricercatori sembra che abbiano trovato anche un modo per neutralizzare l’enzima conduttore di queste piccole vescicole, il proteasoma (un complesso proteico atto a degradare i peptidi), attraverso un farmaco attualmente usato per il trattamento di alcuni tipi di cancro del midollo osseo, il primo farmaco della famiglia degli inibitori del proteasoma a essere stato sperimentato e approvato per l’uso nell’uomo (J. Adams, et al. Potential for proteasome inhibition in the treatment of cancer.Drug Discov Today, 2003).

Il farmaco agirebbe bloccando l’attività enzimatica delle vescicole, con l’effetto di rendere insensibile il sistema immunitario ai segnali di allerta.

Il quesito che ci si pone è: “cosa succede a un ricevente che ha già reagito a queste piccole vescicole e riceve un organo, anch’esso in procinto di rilasciare vescicole?”

Il rischio è che si potrebbe instaurare una situazione immunitaria molto pericolosa e questo è quello che i ricercatori stanno ancora verificando. Ma i risultati osservati in modelli animali sono così promettenti da indurre i ricercatori ad avviare uno studio clinico sugli esseri umani.

È dunque ancora troppo presto per pensare di cambiare le attuali pratiche cliniche, ma stando ai primi risultati, un giorno si potrebbe arrivare a trattare i riceventi prima dell’intervento di trapianto per rendere i loro sistemi immunitari sordi ai segnali di allerta del nostro stesso organismo.

Questo cambierebbe radicalmente l’approccio alla gestione del rigetto e con esso si potrebbero rivoluzionare gli attuali criteri di allocazione e la pratica del trapianto.


Bibliografia.
Dieudé M, Bel C, Turgeon J, Hébert MJ, et al. The 20S proteasome core, active within apoptotic exosome-like vesicles, induces autoantibody production and accelerates rejection. Science Translational Medicine 2015; 7 (318): 318ra200.

 

 

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