13/06/2018

L’antidepressivo che riduce le complicanze nella colangite biliare primitiva

Shaheen AA, Kaplan GG, Almishri W, Swain MG, et al. The impact of depression and antidepressant usage on primary biliary cholangitis clinical outcomes. PLoS One 2018;13(4):e0194839.

L’uso di un antidepressivo (mirtazapina) è stato associato a tassi ridotti di mortalità, cirrosi e trapianto di fegato nei pazienti con colangite biliare primitiva (PBC).

L’associazione protettiva della mirtazapina è risultata indipendente dal ruolo della depressione, dalla prescrizione di altri antidepressivi o dall’uso di acido ursodesossicolico.

Lo sostengono i ricercatori dell’Università di Calgary (Canada) in uno studio pubblicato recentemente su PLOS ONE, suggerendo che i risultati osservati configurano la mirtazapina come una potenziale nuova terapia per i pazienti affetti da PBC.

L’antidepressivo, ampiamente prescritto per i pazienti che non soffrono di depressione ma che sperimentano altre conseguenze delle malattie croniche, tra cui patologie autoimmuni come la PBC, avrebbe molteplici effetti, migliorando l’ansia, la dipendenza, l’insonnia, la nausea e l’anoressia.

Tradizionalmente, quando qualcuno ha una malattia cronica, i suoi esiti sono peggiori, quindi nei pazienti con depressione i ricercatori si aspettavano risultati inferiori. Non riscontrando questo dato si sono resi conto che c’era qualcosa di indipendente dalla depressione e hanno scoperto che tutti quelli in terapia con questo farmaco stavano meglio indipendentemente dal fatto che i pazienti fossero depressi o meno. 

Usando l’ampio database Health Improvement Network degli USA, hanno identificato 1.177 pazienti adulti (il 92% di sesso femminile) con diagnosi di PBC dal 1974 al 2007. Di questi, 86 (7,3%) presentavano la diagnosi di disturbo depressivo maggiore almeno 90 giorni prima della diagnosi PBC, mentre 79 (6,7%) presentavano una diagnosi di depressione entro 90 giorni dalla diagnosi PBC.

Nei modelli di studio adottati, lo stato depressivo non è apparso predittivo di risultati scadenti. Hanno quindi studiato tutte le classi di antidepressivi e costatato che l’uso della mirtazapina dopo la diagnosi PBC, svolgeva un effetto significativamente protettivo contro gli esiti avversi della malattia epatica (scompenso, trapianto di fegato, mortalità).

“La mirtazapina presenta una farmacologia complessa, con effetti sia centrali che periferici”, spiegano gli autori.

“Può agire cioè in modo diverso come un antagonista del recettore della serotonina (5HT2A e 5HT2B), oppure agonista inverso del recettore della serotonina 5HT2C e antagonista dei recettori 5HT3 e istamina (H1)”.

Il farmaco potrebbe quindi plausibilmente migliorare i risultati epatici attraverso meccanismi che coinvolgono la modulazione del recettore della serotonina o l’inibizione degli effetti dell’istamina. “L’effetto modulante della mirtazapina nella segnalazione serotoninergica del fegato nei pazienti affetti da PBC, potrebbe alterare significativamente l’immunità epatica, che a sua volta potrebbe migliorare i risultati clinici, scongiurando le progressione della malattia epatica verso lo scompenso e quindi verso il trapianto di fegato” sostengono gli autori.

Insomma, questo studio retrospettivo mostra un’interessante correlazione tra l’uso di tale antidepressivo nei pazienti con PBC, nonostante la depressione stessa non sia collegata a risultati clinici più scarsi.

Ma come dicono gli stessi autori, questi interessanti risultati devono essere validati in uno studio prospettico randomizzato per vedere se quanto osservato può essere confermato.

Se così fosse, si aprirebbero scenari terapeutici nuovi per queste pazienti che potrebbero cambiare radicalmente i loro destini.

 

 

 

 

 

 

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