06/09/2017

La trasparenza migliora la qualità dei trapianti

Fishman JA. Metrics and data analysis in transplantation: quality improvement via transparency. Am J Transplant 2017;17(6):1435-1436.

I grandi progressi nell’immunologia, nell’immunosoppressione, nella diagnosi, nelle tecniche chirurgiche, nell’assegnazione degli organi e nella gestione clinica di pazienti complessi sono stati i motivi principali del miglioramento dei risultati del trapianto.

Accanto a tutto questo, però, molti autori identificano nella trasparenza sui dati clinici un fattore altrettanto importante di crescita del sistema e di miglioramento dei risultati (Porter ME, et al. Redefining Health Care. Boston, MA: Harvard Business Review Press; 2006).

Nel contesto dei trapianti, infatti, la trasparenza comprende un’ampia condivisione di dati, che riguardano donatore e ricevente e che vanno a costituire la base per confrontare il valore delle prestazioni in generale, oltre che tra i vari centri di trapianto.

Negli Stati Uniti i rapporti annuali specifici sui trapianti di organi solidi sono elaborati dallo Scientific Registry of Transplant Recipients (SRTR) con contratto gestito dalla US Health Resources and Services Administration (HRSA) in base ai dati forniti in gran parte dall’OPTN e sono la fonte a cui attingono i Centri Medicare e Medicaid Services per la sorveglianza della qualità dei programmi di trapianto.

I dati dei pazienti vengono inseriti manualmente dai centri di trapianto, dai centri clinici di provenienza del paziente e dai laboratori di istocompatibilità, mentre quelli relativi ai donatori sono forniti dalle organizzazioni di procurement (OPO). Tutto ciò richiede enormi sforzi e un grande impegno di risorse la cui utilità è comunque riconosciuta da tutti.

Tuttavia, in questo articolo, l’autore pone alcune domande:

–    Si stanno raccogliendo i dati giusti?

–    La forma con cui sono presentati è utile per migliorare l’assistenza clinica?

–    Le analisi forniscono elementi utili agli operatori e ai pazienti?

A suo avviso il sistema deve diventare più flessibile e includere quelle informazioni che nel tempo si sono palesate come fattori emergenti importanti. Ad esempio, sottolinea che, nell’era corrente, le ospedalizzazioni post-trapianto per disfunzioni del graft siano sempre più frequenti, così come è diventata molto più complessa la gestione delle malattie infettive nel paziente immunocompromesso.

L’autore sostiene che in un’epoca in cui esistono linee guida di pratica clinica per la prevenzione, la diagnosi e la gestione delle malattie infettive più comuni nei pazienti trapiantati (Blumberg EA, et al. American Society of Transplantation: Infectious Disease Guidelines 3rd Edition. Am J Transplant 2013), è condivisibile la necessità sollevata già da altri autori di procedere all’integrazione di queste informazioni sul database per la qualità dei trapianti (Kotton CN, et al. Transplant infectious diseases: A review of the Scientific Registry of Transplant Recipients published data. Am J Transplant 2017).

Purtroppo, a parte i dati sierologici pre-trapianto di donatori e riceventi, molte altre informazioni sugli esiti specifici relativi ai contagi infettivi non sono disponibili nelle elaborazioni dello Scientific Registry of Transplant Recipients, così come non viene presentata alcuna relazione sull’incidenza delle infezioni donatore-derivate.

Ma soprattutto mancano informazioni sulle importanti tendenze nella trasmissione di agenti patogeni resistenti agli antimicrobici e nel monitoraggio delle infezioni endemiche note, quali Chagas, e Strongyloides stercoralis, o emergenti come il virus di Zika o la Dengue.

Dati i progressi nella diagnosi e gestione delle infezioni, è innegabile che le ospedalizzazioni e i costi delle cure potrebbero essere ridotte mediante la conoscenza e il monitoraggio condiviso di questi elementi e ciò potrebbe contribuire ancor di più al miglioramento della qualità assistenziale.

Alcune diagnosi come la batteriemia, le infezioni del sito chirurgico, le complicazioni tecniche e le riammissioni ospedaliere possono concorrere molto alla qualità dei programmi di trapianto. Ma alcuni centri potrebbero essere riluttanti a segnalare tali dati, in particolare quelli che trapiantano i casi più complessi o che utilizzano organi a maggior rischio, per cui una valutazione negativa degli organi di controllo, potrebbe causare una riduzione delle opportunità di cura per quei pazienti a maggior rischio d’infezioni post trapianto o di altre complicazioni.

Tuttavia, la conoscenza dei dati agevolerebbe molto la pratica clinica e la più ampia condivisione delle informazioni sulle complicanze, in particolare su quelle infettive: è l’unico modo per assicurare una corretta distribuzione della profilassi antimicrobica e degli strumenti di screening.

Lo studio conclude che il trapianto è una scienza complessa e che l’attuale elaborazione dei dati non riflette appieno la complessità intrinseca dei riceventi più impegnativi e la qualità delle prestazioni.

L’inclusione di dati sulle malattie infettive non è l’unica soluzione ma è sicuramente una necessità emergente e un utile “biomarker” per un approccio sempre più meticoloso nella cura dei pazienti trapiantati che potrà portare a migliorare ulteriormente la qualità dei risultati.

 

 

 

 

 

Non ci sono ancora commenti, Ma puoi inserire il primo



Lascia un commento



Cerca nel sito

Copyright © 2015 - Un progetto del Centro Nazionale Trapianti - Una produzione Think2it