18/06/2018

La perfusione normotermica migliore della conservazione convenzionale a freddo

Nasralla D, Coussios CC, Mergental H, Friend PJ, et al. (Consortium for Organ Preservation in Europe). A randomized trial of normothermic preservation in liver transplantation. Nature. 2018 Apr 18 [Epub ahead of print]

Warnecke G, Van Raemdonck D, Smith MA,  et al. Normothermic ex-vivo preservation with the portable Organ Care System Lung device for bilateral lung transplantation (INSPIRE): a randomised, open-label, non-inferiority, phase 3 study. Lancet Respir Med 2018 Apr 9. [Epub ahead of print]

La macchina per la perfusione normotermica (NMP) è nettamente superiore alla tradizionale conservazione statica a freddo di fegati e di altri organi per il trapianto.

Lo provano due nuovi studi randomizzati effettuati da ricercatori inglesi e tedeschi.

Secondo queste ultime due ricerche, la preservazione dei fegati in condizioni fisiologiche non solo migliora i risultati dopo il trapianto di fegato, ma consente anche di trapiantare più organi senza aumentare i rischi per il paziente.

E’ noto che la conservazione convenzionale, che comporta il lavaggio del fegato con una soluzione speciale di conservazione, il raffreddamento e la conservazione in una ghiacciaia, può essere associata a una grave morbilità correlata all’ischemia da riperfusione.

Per evitare questo, è stata sviluppata la macchina di perfusione normotermica che permette di perfondere il fegato con sangue ossigenato, farmaci e sostanze nutritive a temperatura corporea e mantiene l’organo in un ambiente molto più fisiologico.

Nel primo studio, condotto dai ricercatori dell’Università of Oxford su 220 trapianti di fegato, la percentuale di scarto dell’organo era significativamente più bassa nel braccio NMP (16/137, 11,7%) rispetto al braccio di conservazione statica a freddo (SCS) (32/133, 24,1%); Così come la sindrome post-riperfusione è risultata significativamente meno comune nel gruppo NMP (15/121) rispetto al gruppo SCS (32/97).

I livelli massimi di transaminasi (AST) entro sette giorni dal trapianto, erano inferiori del 49,4% nel gruppo NMP rispetto al gruppo SCS, con riduzioni significative osservate per gli organi prelevati da donatori in arresto cardiocircolatorio (DCD).

La disfunzione precoce del trapianto si è verificata di meno nei fegati NMP (12/119) rispetto ai fegati SCS (29/97) con una riduzione delle probabilità del 72% dopo aggiustamento per tipo di donatore e altri fattori.

Non è stata osservata alcuna differenza significativa nelle complicanze del dotto biliare, nella sopravvivenza del trapianto o nella sopravvivenza del paziente.

Secondo gli autori, questo ampio studio randomizzato fornisce la migliore prova fino ad oggi che questa nuova tecnologia ha il potere di rendere disponibili più fegati per il trapianto. Ciò consentirà di salvare innumerevoli pazienti in attesa di trapianto e sembra inevitabile che questa tecnologia possa diventare l’approccio standard di conservazione.

Ciononostante, la sfida attuale consiste nel tradurre questi entusiasmanti risultati in un cambiamento nella pratica clinica di routine e nel superare due ultimo ostacoli:

  • Verificare che la NMP consenta di trapiantare anche i fegati che sono al di fuori degli attuali criteri di trapiantabilità;
  • Valutare il rapporto costo-efficacia di questa tecnologia, consapevoli del fatto che per quanto costosa, la NMP non potrà essere onerosa se valutata nel contesto della sua utilità nel ridurre il numero di organi scartati.

La sua capacità di aumentare il numero di trapianti, di poter prolungare i tempi di conservazione degli organi fino a fare i trapianti in elezione di giorno e di ridurre la morbilità e l’onere della lista d’attesa, sono importanti vantaggi che compensano agevolmente il costo della NMP rispetto alla conservazione in ghiaccio e a tutta la logistica che ne consegue.

In sostanza se si trasferisse la metodica nella pratica clinica di routine, si avrebbe un grande impatto sui risultati del trapianto di fegato e sulla mortalità in lista d’attesa.

Nel secondo studio, pubblicato recentemente online su The Lancet Respiratory Medicine, il dott. Gregor Warnecke della Hannover Medical School in Germania e colleghi, hanno testato l’uso della conservazione polmonare normotermica ex-vivo (EVLP) con un dispositivo portatile per il trapianto polmonare bilaterale.

L’endpoint di efficacia primaria era rappresentato dalla sopravvivenza del paziente al 30° giorno post trapianto e l’assenza di disfunzione primaria del trapianto di grado 3 (PGD3) entro le prime 72 ore dal trapianto. La metodica della conservazione normotermica non è risultata inferiore (112/141, 79,4%) rispetto al deposito frigorifero convenzionale (116/165, 70,3%).

Secondo i ricercatori il messaggio più importante è che applicando questa tecnologia si è in grado di ridurre il tasso di grave disfunzione primaria del trapianto (PGD3); C’è inoltre la prospettiva di migliori esiti precoci e di una riduzione del rigetto cronico tardivo.

Anche se bisogna ancora dimostrare il beneficio a lungo termine, questa prospettiva secondo gli autori appare reale e ci sono poche cose che affascinano i professionisti dei trapianti di polmoni più che ridurre la disfunzione precoce e quella cronica del trapianto.

È quindi necessario convincere tutti gli operatori sanitari a fare un uso efficiente di questa preziosa risorsa che può salvare più vite e portare a miglioramenti nella qualità della vita dei trapiantati.

 

N.B. Le news sono un riassunto fedele dell’articolo originale e non riflettono la posizione ufficiale del CNT

 

 

 

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