12/10/2017

Insufficienza cardiaca, troppo spesso distorta la percezione del rischio

Ambardekar AV, Thibodeau JT, DeVore AD,  et al. Discordant perceptions of prognosis and treatment options between physicians and patients with advanced heart failure. JACC Heart Fail 2017; 5(9):663-671.

Molti pazienti con insufficienza cardiaca avanzata, che molto probabilmente richiederà un trapianto di cuore o altri interventi sanitari salvavita, non hanno la piena percezione della gravità del proprio quadro clinico.
È colpa dei medici che non riescono a comunicare correttamente le loro preoccupazioni o dei pazienti che non sono in grado di comprenderle?

Un piccolo studio statunitense, che ha visto coinvolti 161 pazienti, ha cercato di dare una risposta al quesito valutando le reazioni di coloro che, secondo i medici, avrebbero avuto necessità di un trapianto o del dispositivo di assistenza ventricolare sinistra (LVAD) entro un anno.

Stando ai risultati, riportati sul JACC Heart Failure, solo il 14% dei pazienti si aspettava che ciò avrebbe riguardato proprio loro.

Secondo l’autore dello studio, Amrut Ambardekar, una parte della spiegazione risiede in un meccanismo di difesa innato. “I pazienti pensano di poter scongiurare il rischio perché avendo già risposto in passato ai trattamenti credono di poterlo fare ancora e perché, a differenza di molte altre patologie, la malattia cardiaca spesso non progredisce in maniera lineare e questo può contribuire a una distorsione della percezione”, sostengono o gli autori.

In realtà l’insufficienza cardiaca è una delle  più frequenti cause di ricovero ospedaliero e, secondo l’American Heart Association, riguarda ogni anno circa 6 milioni di americani.

“I farmaci possono aiutare a rafforzare il cuore e a ridurre i rischi di complicanze immediate ma è necessaria una valutazione realistica delle prospettive e una presa di coscienza da parte dei pazienti in modo da poter prendere decisioni più consapevoli sul ricorso a interventi importanti come il trapianto di cuore o il LVAD”, scrive il team di studio.

Spesso questo non accade, tanto che durante lo stesso studio il 21% dei pazienti è deceduto, l’8% ha ottenuto il trapianto e il 9% ha ricevuto dispositivi LVAD.

I ricercatori hanno inoltre valutato se i pazienti fossero disposti a considerare altre terapie di sostentamento vitale per curare l’insufficienza cardiaca avanzata, come la ventilazione e la dialisi. Il 66% di loro ha dichiarato che avrebbe rifiutato queste terapie ritenendo esageratamente allarmistiche le previsioni mediche.

“I pazienti hanno difficoltà a valutare realisticamente le loro probabilità di sopravvivenza e questo suggerisce che c’è necessità di migliorare la comunicazione tra medici e pazienti”, commenta Ambardekar.

“Non sappiamo se l’alterazione delle percezioni sulla prognosi  renda più felici questi pazienti ma sappiamo con certezza che coloro che hanno maggiore consapevolezza della propria condizione e delle opzioni di cura perseguibili, hanno maggiori probabilità di prendere decisioni informate ed efficaci”, continua l’autore.

Lo studio presenta limitazioni legate al piccolo numero del campione e al fatto che i pazienti sono stati esaminati una sola volta, all’inizio dello studio, ed è possibile che la percezione del rischio e la disponibilità a considerare determinate terapie o trattamenti sarebbero potute cambiare nel tempo. Ma al di là di questo, la ricerca, se da un lato evidenzia  un meccanismo innato di difesa da parte dei pazienti, dall’altro pone interrogativi sulla capacità comunicativa dei medici nel trasmettere le proprie convinzioni.

N.B. Le news sono un riassunto fedele dell’articolo originale e non riflettono la posizione ufficiale del CNT

 

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