13/12/2017

Innesti di tessuto amniotico per rigenerare i tessuti, nuove prove d’efficacia

Mowry KC, Bonvallet PP, Bellis SL. Enhanced skin regeneration using a novel amniotic-derived tissue graft. Wounds 2017;29(9):277-285.

L’utilizzo delle membrane amniotiche come medicamento biologico di ferite ostinate risale agli inizi del Novecento e la prima applicazione di successo di membrana amniotica per il trattamento di ulcere cutanee croniche è stata attuata più di 50 anni fa (Troensegaard-Hansen E, et al. Amniotic grafts in chronic skin ulceration. Lancet 1950).

L’utilizzo di queste soluzioni è, tuttavia,  diminuito negli anni successivi per la maggiore incidenza di malattie trasmissibili come il virus dell’immunodeficienza umana e l’epatite.

Il successivo sviluppo di test specifici ha riattivato l’interesse verso l’impianto di questi innesti umani e, recentemente, diversi innesti di composti amniotici, di corion disidratato e di placenta, sono stati clinicamente utilizzati per trattare le ulcere del piede diabetico (DFU) con benefici clinici evidenti nella guarigione delle ferite difficili, evidenziando un ruolo promettente di queste cellule e tessuti in una gamma di applicazioni terapeutiche.

L’obiettivo di un recente studio preesentato su Wounds è stato quello di valutare l’effetto delle diverse modalità di elaborazione di questi tessuti, tra cui la disidratazione (dHACM), il meshing e la conservazione ipotermica del tessuto amniotico (HSAM), sui risultati di guarigione delle ferite.

Per far questo i ricercatori hanno confrontato i 3 alloinnesti amniotici di derivazione unicamente umana, testati nei ratti con ferite a tutto spessore come descritto nel modello di Bonvallet (Bonvallet PP, et al. Microporous dermal-mimetic electrospun scaffolds pre-seeded with fibroblasts promote tissue regeneration in full-thickness skin wounds. PloS One 2015).

Specificamente, hanno creato più ferite circolari a tutto spessore (circa 1,5 cm di diametro), su ognuna delle quali hanno posizionato un alloinnesto placentare umano. Tutte le ferite sono state poi coperte con garze grasse non adesive composte da fibre di acetato prive di filamento per evitare che il tessuto di granulazione venisse inglobato nelle maglie stesse.

La guarigione delle ferite è stata verificata istologicamente mediante valutazione dello strato epidermico, la formazione di tessuto cicatriziale e la presenza di appendici cutanee.

L’ipotesi centrale dei ricercatori era che gli innesti amniotici avrebbero promosso una rigenerazione più robusta delle lesioni, anche rispetto ai trattamenti con elettrostimolazione e che le diverse modalità di elaborazione di questi tessuti, potevano avere effetti diversi sulla la guarigione stessa delle ferite.

Nei vari momenti successivi il posizionamento degli innesti, gli autori hanno trovato che quelli derivati da tessuto amniotico avevano favorito una migliore guarigione delle ferite rispetto all’elettrostimolazione, rappresentata da un aspetto più normale dell’architettura della matrice dermica, della struttura epidermica e della maturità.

Inoltre, il metodo HSAM, ovvero l’innesto di tessuto amniotico conservato in ipotermia, aveva favorito una rigenerazione tissutale maggiore rispetto alla dHACM, valutato dalla maggiore presenza di matrice collagene e dalla formazione di follicoli e ghiandole.

Per di più i tessuti amniotici innestati si sono rivelati a bassa immunogenicità anche dopo l’impianto e questo avvalora precedenti studi che avevano ipotizzato come le cellule staminali della membrana amniotica, in assenza di monociti del sangue, potevano sopprimere la proliferazione dei linfociti T e diminuire significativamente la produzione di interferone gamma (Alikarami F, et al. The immunosuppressive activity of amniotic membrane mesenchymal stem cells on T lymphocytes. Avicenna J Med Biotechnol. 2015). 

In conclusione gli innesti amniotico-derivati possono contribuire a una migliore riparazione delle ferite, soprattutto in quei pazienti come quelli diabetici che hanno devastanti lesioni ulcerative e questo studio aggiunge alla prova di validità clinica complessiva l’importanza delle tecniche di lavorazione quale ulteriore fattore d’influenza sulla guarigione delle ferite.

 

 

 

 

 

 

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