26/04/2018

Empatia, social media e donazione altruistica di rene

Moorlock G, Draper H. Empathy, social media, and directed altruistic living organ donation. Bioethics. 2018 Mar 15. [Epub ahead of print]

La crescente domanda di trapianto di rene fa sì che siano continuamente esplorati nuovi modi per aumentare il numero di donazioni sia da cadavere, sia da vivente.

Tuttavia, se la donazione da cadavere è limitata dal modo in cui le persone muoiono e dall’ottenimento del consenso, in quella da vivente il fattore limitante è il numero di persone disposte a donare.

D’altra parte una persona sana può essere riluttante a sottoporsi a un intervento chirurgico che non ha alcun beneficio clinico per sé.

Inoltre, dati i potenziali rischi, diventare donatore vivente richiede un maggior grado di motivazione rispetto alla registrazione del desiderio di voler essere un donatore dopo la morte.

Effettivamente, iscriversi a un registro donatori o dichiarare di voler donare i propri organi dopo la morte, impegna solo ad essere un donatore di organi “ipotetico”, ma la maggior parte delle persone che aderiscono potrebbe non donare mai perché sono pochi quelli che moriranno in circostanze compatibili con la donazione.

Quindi, la promozione della donazione vivente in generale, e quella altruistica in particolare, può richiedere più di un semplice aumento di consapevolezza perché quando uno si offre volontario per donare un rene ci sono buone probabilità che tale volontà si concretizzi.

È questo il quadro di riferimento da cui gli autori partono per esplorare gli aspetti etici dell’utilizzo dei social media nel promuovere la donazione da vivente.

Infatti, il rapido aumento della popolarità di social media come Facebook, Twitter e YouTube, ha fornito piattaforme a migliaia di persone per condividere le loro vite con amici e sconosciuti allo stesso modo e la possibilità di condividere tutti gli aspetti della vita di una persona ha creato l’opportunità di attirare l’attenzione su eventi ed esperienze di vita di ognuno.

I social media sono pertanto diventati strumenti molto efficaci nel generare ondate di sostegno, tanto che termini come “diventare virali” illustrano quanto velocemente qualsiasi messaggio si diffonda.

Non sorprende quindi che si possa far ricorso anche ai social media per generare più donazioni.

L’articolo sviscera in dettaglio il tema e il primo distinguo che fanno gli autori riguarda due ampi approcci alla promozione della donazione: l’approccio di sensibilizzazione, basato sulla fornitura di informazioni e statistiche generali relative alla necessità e ai benefici della donazione di organi;   l’approccio “personalizzato, in cui vi è un’enfasi molto maggiore sul bisogno del trapianto per quello specifico paziente e sulla capacità di un potenziale donatore di aiutare quella persona.

La sensibilizzazione è stata a lungo il metodo utilizzato per promuovere la donazione da cadavere.  Ciò ha generalmente assunto la forma di campagne, in cui, attraverso vari canali, si parla al pubblico del numero di persone in attesa di trapianto e dei benefici che la donazione degli organi può offrire. Questo tipo di sensibilizzazione attraverso la conoscenza di statistiche e istruzioni, non ha però portato a un numero di donazioni sufficienti per tutti coloro che ne hanno bisogno.

È stato dunque utilizzato un approccio più personalizzato, presentando casi individuali di persone bisognose, rendendo più chiaro l’impatto umano della carenza di organi con l’obiettivo di generare empatia e motivare le persone ad agire per aiutare.

In breve, se l’empatia può portare a un comportamento altruistico, si può ragionevolmente ipotizzare che aumentare l’empatia percepita per i potenziali destinatari del rene può portare ad un aumento di donazioni. Ma questo metodo può essere controverso per i diversi modi in cui i social media potrebbero essere utilizzati e che riguardano l’importante questione se la donazione influenzata dall’emozione possa essere considerata sufficientemente libera e autonoma.

Anche se è generalmente accettato che la decisione di diventare un donatore vivente debba essere informata e fatta liberamente senza alcuna coercizione, l’approccio personalizzato potrebbe apparire come una manipolazione intenzionale delle emozioni.

Per spiegare meglio il concetto gli autori raffigurano tre diversi scenari:

  1. Campagne basate su studi istituzionali per promuovere la donazione altruistica non diretta;
  2. Campagne organizzate da individui estranei al sistema per promuovere la donazione altruistica diretta;
  3. Campagne organizzate dalle istituzionali per promuovere la donazione altruistica diretta.

Ogni scenario è descritto dagli autori con grande accuratezza, evidenziando pro e contro di ciascuno, nonché le considerazioni che ne discendono.

In sostanza gli autori dicono che:

  • L’approccio n. 1 solleva il minor numero di problemi etici, ma è probabilmente meno efficace;
  • L’approccio n. 2 è eticamente problematico per diversi aspetti e, nonostante sia attualmente consentito in alcuni paesi, in genere non viene promosso attivamente a causa delle preoccupazioni etiche sottostanti e dei rischi connessi a lasciare importanti aspetti della donazione / allocazione nelle mani di soggetti estranei piuttosto che organizzazioni istituzionali imparziali;
  • L’approccio 3 è nuovo, certamente controverso, ma offre chiari vantaggi rispetto all’approccio 2 in termini di conservazione di un sistema di assegnazione relativamente giusto mantenendo vari aspetti del processo sotto il controllo delle autorità competenti.

In pratica quest’ultimo, anche se fa appello all’empatia per motivare, lo fa in un modo da ridurre al minimo l’interruzione delle politiche di allocazione desiderabili. Quindi, se implementato correttamente, potrebbe aumentare i tassi di trapianto di rene da donatore vivente senza compromettere significativamente la giustizia dell’allocazione.

N.B. Le news sono un riassunto fedele dell’articolo originale e non riflettono la posizione ufficiale del CNT

 

 

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