19/07/2017

DNA donatore-derivato, marker di rigetto nel trapianto di polmone?

Agbor-Enoh S, Tunc I, De Vlaminck I, Fideli U, et al. Early graft injury measured by donor-derived cell-free DNA predicts early mortality in lung transplant recipients. The Journal of Heart and Lung Transplantation 2017; 36(4): S65.

I livelli di DNA donatore-derivato (cellule di sfaldamento e/o cellule in apoptosi) nel sangue dei pazienti trapiantati di polmone potrebbero predire il rischio di rigetto e la morte del paziente.

Lo sostiene uno studio pubblicato sul Journal of Heart and Lung Transplantation, ad opera dei ricercatori del National Heart, Lung and Blood Institute di Bethesda (Maryland), che hanno presentato e discusso i risultati in occasione dell’International Society of Heart Lung Transplantation Meeting di quest’anno.

“Circa la metà dei pazienti sottoposti a trapianto di polmone muore a 5/6 anni dal trapianto, soprattutto a causa del rigetto e, sinora, non esisteva alcun test quantitativo in grado di predire quali pazienti possono andare incontro a questa evenienza”, spiega Agbor-Enoh del Laboratory of Transplant Genomics di Bethesda.

Tuttavia, ricerche recenti hanno dimostrato che, durante il rigetto, elevate quantità di DNA libero derivato dall’organo trapiantato si depositano nel flusso sanguigno del ricevente, facendo ipotizzare che tale accumulo avrebbe potuto rappresentare un marcatore di lesione del trapianto che porta al suo fallimento.

Nello studio, i ricercatori hanno utilizzato il test AlloSure, sviluppato da CareDx e precedentemente utilizzato nello studio del cuore e del trapianto renale, per quantificare la quantità di DNA libero, di derivazione del donatore, nel sangue di 62 pazienti sottoposti a trapianto di polmone.

Il test consiste nell’estrarre DNA cell-free dal plasma del trapianto identificandolo attraverso l’analisi amplificata dei polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) da cui si calcola la percentuale di DNA specifico del donatore.

I ricercatori hanno determinato tali livelli in più momenti (al tempo basale, quindi, a 3, 6, 12, 18 e 24 mesi dal trapianto). Nei 20 pazienti andati incontro a fallimento del trapianto i livelli di DNA libero donatore-derivato erano molto elevati già nei primi sei mesi dal trapianto e ancora più elevati dai 12 ai 24 mesi post-trapianto.

Questi pazienti, anche se “clinicamente silenti” nei primi 6 mesi dal trapianto, avevano, in realtà, lesioni allogeniche in corso, anche se le biopsie di sorveglianza eseguite sistematicamente in tale periodo erano risultate negative.

Secondo i ricercatori si tratta di dati di grande importanza perché il rischio d’insuccesso del trapianto è risultato 7,7 volte superiore nel gruppo dei rigetti rispetto al gruppo di controllo (p <0,0001), così come il rischio di mortalità entro 2 anni era 4 volte superiore (p <0,0001).

Per di più, tra i pazienti che presentavano elevati livelli di DNA libero donatore-derivato nei primi sei mesi, il 20 % sviluppava un’infezione, il 7,6% sperimenatava un rigetto polmonare acuto e il 72% non  mostrava segni clinici di danno.

Anche se il test non è ancora pronto per un impiego clinico su vasta scala, i ricercatori lo ritengono un metodo attendibile e non invasivo per diagnosticare il rigetto o danni al trapianto prima che gli stessi diventino evidenti clinicamente o con una biopsia. Per questo sono certi che potrà avere un ruolo molto importante nella gestione di tutti i pazienti trapiantati.

N.B. Le news sono un riassunto fedele dell’articolo originale e non riflettono la posizione ufficiale del CNT

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