31/10/2017

Chirurgia robotica nel trapianto di rene, quali risultati?

Breda A, Territo A, Gausa L, Serni S,  et al. Robot-assisted kidney transplantation: the European Experience. Eur Urol 2017 Sep 12. [Epub ahead of print]

La chirurgia robotica (Robotic Assisted Surgery), ovvero, lo sviluppo e di mezzi robotici che consentono all’operatore di eseguire un intervento chirurgico manovrando (anche a distanza) un robot non completamente autonomo ma capace di eseguire manovre comandate, è una tecnica entrata in uso recentemente, sia pure in centri selezionati, e rappresenta un ulteriore passo avanti  nella chirurgia mini-invasiva.

Tale progresso tecnologico sta prendendo piede anche nel settore dei trapianti, in particolare in quelli di rene dove è conosciuto con l’acronimo RAKT, ossia, Robot-assisted kidney transplantation.

Se utilizzata su pazienti selezionati e da chirurghi con esperienza specialistica, la tecnica presenta evidenti vantaggi (bassi tassi di complicanze, recuperi molto più veloci, dolore post operatorio minore, migliori risultati estetici e un’ottima funzionalità del trapianto).

Lo affermano i ricercatori del Dipartimento di Urologia dell’Università di Barcellona in un articolo pubblicato sulla rivista European Urology, in cui riportano i risultati di uno studio multicentrico prospettico, osservazionale, condotto su 120 pazienti sottoposti a RAKT (prevalentemente con un rene da donatore vivente) i cui trapianti sono stati effettuati in otto istituzioni europee (Italia compresa) tra luglio 2015 e maggio 2017.

“Si tratta del primo e più grande studio multicentrico prospettico sui RAKT”, commentano i ricercatori.

La coorte aveva un’età media di 43 anni, un BMI mediano di 25,2 e una durata mediana di dialisi di 365 giorni. Quasi tutti i reni (98%) provenivano da donatori viventi.

Gli autori riferiscono che non si sono verificate complicanze intraoperatorie importanti, sebbene due pazienti abbiano richiesto la conversione alla chirurgia tradizionale. Il tasso medio di filtrato glomerulare postoperatorio è stato di 21.2 ml/min in I° giornata post operatoria  e di 45.0, 52.6 e 58.0 ml/min in III°, VII e XXX°  giornata rispettivamente.

Sono stati riportati 5 casi di funzione ritardata  del graft (4,2%), un caso d’infezione della ferita (0,8%); tre casi di ileo (2,5%), quattro casi di sanguinamento (3,3%), un caso di trombosi venosa profonda (0,8%), uno di linfocele (0,8%) e tre casi di espianto per trombosi arteriosa massiccia (2,5%).

Risultati che, secondo gli autori, sono in linea con la letteratura sul trapianto di rene per via chirurgia tradizionale, anche se ci può essere una correlazione dovuta alla curva di apprendimento soprattutto per i casi di grafts perduti che si sono verificati in centri che erano all’inizio del programma RAKT.

Come riconoscono gli stessi ricercatori, lo studio presenta alcune limitazioni legate alla mancanza di un gruppo di controllo di pazienti che hanno subito un trapianto di rene da vivente con tecnica tradizionale, e a un follow-up breve.

Si dicono però convinti che la tecnica possa offrire ai pazienti con malattia renale a fine stadio benefici significativi dovuti  alla tecnica di trapianto minimamente invasiva.

Tuttavia, rimane qualche riserva nella comunità trapiantologica. Il dott. Ratner, Direttore del Centro Trapianti di rene-pancreas presso il Columbia University Medical Center di New York, in un’intervista telefonica rilasciata all’Agenzia Reuters Health, afferma, ad esempio, che “ogni nuova procedura dovrebbe superare tre prove, ossia: fattibilità, sicurezza e risultati migliori.
Pur riconoscendo che la RAKT è tecnicamente fattibile e che la sicurezza è paragonabile a quella della chirurgia tradizionale, nessuno ha ancora dimostrato che ci sia un chiaro vantaggio nell’effettuare trapianti con la chirurgia robotica”,
commenta lo specialista.

 

 

 

 

 

 

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