10/10/2018

Al via un protocollo per l’induzione della tolleranza nel trapianto renale

Pullen LC. Tolerance induction in kidney transplantation. Am J Transplant 2018; 18(6):1297-1298. 

Il numero di questo mese dell’American Journal of Transplantation Report offre un aggiornamento sullo stato di avanzamento dei protocolli di tolleranza nel trapianto di rene, che possono aiutare a svezzare i pazienti dal trattamento immunosoppressivo.

Tra le varie iniziative si apprende che, quest’anno, Medeor Therapeutics, un’azienda biotecnologica dedicata alla scoperta e allo sviluppo di immunoterapie cellulari trasformative e personalizzate, avvierà uno studio multicentrico di controllo randomizzato sull’induzione di tolleranza nei pazienti HLA corrispondenti.

In breve, lo studio prevede il trattamento del donatore di rene con un fattore stimolante le colonie di granulociti, che fa migrare le cellule staminali dal midollo osseo al sangue periferico, dove possono essere raccolte tramite leucaferesi.

Dopo il trapianto di rene, le cellule staminali isolate e le cellule T vengono trapiantate al paziente al quale è stata praticata un’irradiazione totale del corpo per fare spazio alle cellule staminali trapiantate. Le cellule immunitarie del donatore creano così un sistema immunitario chimerico all’interno dell’ospite consentendo allo stesso di tollerare l’organo trapiantato.

Se il donatore e il ricevente sono fratelli HLA corrispondenti, il ricevente ha una probabilità dell’80% di sviluppare tolleranza e di essere svezzato dall’immunosoppressione.

Secondo il Dott. Scandling, direttore del Kidney and Pancreas Transplantation program presso l’Università di Stanford a Palo Alto, in California, il protocollo per le coppie HLA corrispondenti è praticamente pronto per essere riprodotto anche in altri centri.

“Se lo studio clinico di Medeor Therapeutics avrà successo, i pazienti dovrebbero iniziare a uscire dal loro regime immunosoppressivo 9-12 mesi dopo il trapianto; il che significa che a un anno o due da oggi, potremmo vedere un gruppo di pazienti trapiantati in tutto il paese svezzati dalle terapie immunosoppressive” afferma ancora Scandling.

Finora i primi risultati di Stanford e Northwestern, indicano che il protocollo di tolleranza non ha portato effetti collaterali come l’aumento di infezioni o di cancro (Human Immunology 79 (5), May 2018).

Secondo i ricercatori ciò è probabilmente dovuto al fatto che il regime di condizionamento per il trapianto di cellule ematopoietiche è molto più leggero di quello del regime utilizzato per il cancro, quindi i pazienti sottoposti a trapianto non sperimentano le gravi conseguenze del condizionamento intensivo osservato nei pazienti oncologici.

Tuttavia, i pazienti che ricevono reni HLA corrispondenti hanno in genere ottimi risultati, con un tasso di sopravvivenza del trapianto a un anno superiore al 95% e una durata media dei reni di 20-25 anni.

Nonostante questi ottimi risultati, molti sono desiderosi di provare l’induzione della tolleranza per essere svezzati dal regime immunosoppressivo e spesso contattano i centri di Stanford e Northwestern University per essere inseriti nel protocollo.

Ci vorranno comunque diversi anni prima che i dati sull’esito siano abbastanza robusti da determinare se l’induzione della tolleranza fa davvero la differenza nella vita di questi pazienti.

Ma, il Santo Graal del trapianto rimane l’accettazione dell’organo nei pazienti HLA non corrispondenti, ed è su questo che i ricercatori della Northwestern University stanno concentrando i loro sforzi.

Infatti, la durata media di vita di un rene incontaminato da donatore vivente HLA non corrispondente è di circa 15 anni e, nonostante la forte immunosoppressione, il rene alla fine viene perso a causa del rigetto cronico.

Sarebbero dunque questi pazienti a trarre maggiore vantaggio da un protocollo di tolleranza, ma sono anche quelli maggiormente a rischio di complicanze.

Ad oggi, nessun trapianto HLA corrispondente ha sviluppato la malattia del trapianto contro l’ospite (GVHD), ma nei trapianti HLA non corrispondenti la storia è diversa e la maggior parte dei programmi di trapianto è notoriamente avversa a un tale rischio nei loro pazienti.

Pertanto, come spiegano i ricercatori, l’asticella immunologica per i pazienti HLA non corrispondenti è molto più alta e per raggiungerla, probabilmente, il prossimo passo sarà quello di combinare il trapianto di cellule staminali con l’infusione di cellule T regolatorie espanse del ricevente.

Insomma, per lo svezzamento dalla terapia immunosoppressiva, l’obiettivo finale rimane l’induzione della tolleranza fino a raggiungere il chimerismo sistemico e duraturo.

Ma la realtà è che si tratta di un processo lento in cui ogni volta che si fa qualcosa di nuovo bisogna aspettare mesi per vedere il risultato.

Nonostante ciò i ricercatori non si arrendono e continuano a riorganizzare i protocolli in funzione di nuove intuizioni e scoperte.

Questa è la garanzia più grande che prima o poi l’obiettivo finale verrà raggiunto.

 

 

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